Nel 1582 l’Arciconfraternita riceve l’eredità di don Fabrizio Pignatelli: i diritti sull’ospedale e la chiesa di S. Maria Mater Domini, gli edifici annessi e la facoltà di fabbricare nello stesso luogo un oratorio.

Nei primi decenni della sua storia l’Arciconfraternita conosce una crescita impetuosa: aumentano i pellegrini ospiti del complesso, e con essi i confratelli che se ne prendono cura. La necessità di disporre di spazi e luoghi adeguati ad accogliere gli uni e gli altri porta all’edificazione di un primo Oratorio già alla fine del Cinquecento.

Dopo aver vagliato diversi progetti di ampliamento si giunse alla costruzione della chiesa attuale, eseguita da Carlo Vanvitelli negli ultimi anni del sec. XVIII. Il Vanvitelli riesce a dare un’impronta di notevole originalità valorizzando le caratteristiche strutturali, costruttive e progettuali antecedenti. Il corpo mantiene la lunghezza della chiesa seicentesca mentre, per ampliare il suo sviluppo in orizzontale, fu necessario abbattere alcuni manufatti e utilizzare parte di un giardino attiguo.

 Superato l’anonimo ingresso dell'Ospedale s’impone alla vista del visitatore il maestoso scalone di piperno sormontato dalla facciata della chiesa.

 Il portale è incastonato tra quattro lesene corinzie, sormontate da un timpano triangolare e fiancheggiate, all’estremità, da due piccole piramidi in asse sulle lesene laterali. Un rigoroso disegno classico anticipa il vigore e la linea interna della chiesa. Stucco e piperno si alternano nel rivestimento; il piperno sostiene e comprime la facciata verso il basso, gli stucchi alleggeriscono la struttura, lasciano scivolare la luce, trattenuta a tratti nei piccoli vuoti e nei pochi rilievi. Ai lati due nicchie ospitano le statue dei santi protettori: San Gennaro e San Filippo Neri, opere dello scultore Angelo Viva.

 Sulla cupola della grande navata - ottagonale come la Terrasanta e il Coro - splendidi affreschi monocromi di Melchiorre de Gregorio raffiguranti i quattro evangelisti. La scelta della pianta ottagonale, come ha osservato Benedetto Gravagnuolo:

 “piuttosto che confluire nell’alveo di una tendenza del gusto tardo barocco, risale verso fonti più remote, quali l’allegoria medioevale dell’octavo dies. Nell’arcaica iconologia cristiana l’ottagono veniva ritualmente adottato come forma simbolica della resurrezione delle anime, contenendo nella sua intrinseca geometria un lato ottavo, allegoria del giorno del giudizio divino al di là dei sette giorni della vita terrena”[1]

 Sul presbiterio, alle spalle dell’altare maggiore in marmo policromo - realizzato da Mario Gioffredo e ampliato da Carlo Vanvitelli per adattarlo alle nuove dimensioni della chiesa - un arco ospita l’imponente gruppo scultoreo, ancora di Angelo Viva, che rappresenta la Trinità e separa la chiesa dal Coro dei confratelli. Quest’ultimo fu realizzato prima della chiesa, su progetto dell’ingegnere Giovan Antonio Medrano, e completato dall’architetto Giuseppe Astarita che ha disegnato gli ornamenti, gli stucchi e l’arredo ligneo. 

 


 

[1] Benedetto Gravagnuolo, Un percorso tra storia e arte, Rolando editore, Napoli 2006

 

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