"Il 15 novembre 1834 […] il corteo s’incamminò verso la casa di Don Filippo. Un conte, scelto nella più antica nobiltà di Napoli, portava il gonfalone dell’arciconfraternita; poi i confratelli, disposti a due a due e vestiti di «sacchi» rossi, precedevano una cassa mortuaria d’argento massiccio riccamente sbalzata e cesellata, coperta da un magnifico coltrone in velluto rosso, con ricami e frange d’oro, e sostenuta da dodici vigorosi portatori. Dietro la cassa andava il priore, solo, con l’insegna della sua carica in mano: un bastone d’ebano con il pomo d’avorio. Infine dopo il priore, a chiudere il corteo, veniva il rispettabile corpo dei pezzenti di San Gennaro."

Alexandre Dumas, Il Corricolo

Alexandre Dumas padre descrive così il corteo funebre di un membro dell’Arciconfraternita dei Pellegrini nell'anno in cui l’autore soggiornò a Napoli.

Nell’ambito del pregevole e variegato patrimonio artistico dei Pellegrini va certamente segnalata la collezione dei sontuosi corredi liturgici. La raccolta comprende un magnifico esemplare di coltre funebre, utilizzata per la celebrazione delle esequie dei confratelli su disegno dell’architetto Bartolomeo Granucci ed eseguita nel 1731 da abili maestri ricamatori napoletani. Le parti originali sono quelle in oro ricamato mentre il tessuto di supporto, i galloni e la frangia sono stati sostituiti nel 1958 nel corso di un intervento di restauro e riporto. Il ricco ricamo, realizzato in oro filato e arricchito in alcune zone anche dall’utilizzo della lamina dorata su imbottitura a rilievo, crea delle eleganti cartouches, che inquadrano i quattro stemmi, ricamati con fili di seta policromi a punto lanciato.

L’uso della coltre per l’addobbo funebre è caduto oggi in disuso, tuttavia questa preziosa coltre viene utilizzata in occasione delle esequie dei confratelli. Probabilmente, il testo di Dumas descrive proprio questo bellissimo manufatto.

E’ di notevole interesse anche la raccolta dei paramenti liturgici utilizzati durante le cerimonie più solenni, a partire dalla pianeta - la più antica e importante della vesti liturgiche occidentali – il cui uso risale ai primi secoli del Cristianesimo. Di particolare pregio è quella realizzata con gros de Tour di seta bianca e un fitto ricamo in oro filato riccio e lamellare, con applicazioni di passamaneria a motivi vegetali e geometrici. Nella parte posteriore, in basso, reca lo stemma dell’Arciconfraternita, un triangolo con l’Occhio Divino al centro contornato da raggi. La tecnica esecutiva e il motivo decorativo suggeriscono una datazione intorno alla fine del XVIII secolo. La forma originaria della pianeta era più lunga e larga ed era indossata dagli ecclesiastici anche fuori dalla Messa. Nel XVI secolo venne ridotta nelle forme, per comodità, raggiungendo la foggia attuale. Nella simbologia liturgica rappresenta il giogo di Cristo, portato sulle spalle dal sacerdote celebrante, mentre il colore bianco è segno della purezza e della sacralità e divinità di Cristo.

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Da evidenziare, ancora, le tonacelle o tunicelle, realizzate con un fitto ricamo in oro posato su base di gros di Tours in seta, che fanno parte dello stesso corredo e che riprendono i medesimi elementi decorativi, recanti anch’esse l’emblema dell’Arciconfraternita. La tonacella trae origine dalla dalmatica, antica veste proveniente dalla Dalmazia e indossata da imperatori e nobili romani, confezionata in lino, lana o seta, ricamata con fili d’oro e pietre preziose. Mentre la dalmatica è riservata solo al diacono, la tonacella, un tempo indossata dal suddiacono, dignità ecclesiastica abolita dal Concilio Vaticano II, oggi viene indossata sotto la pianeta nelle celebrazioni solenni solo dal papa e dai vescovi.

Paramento liturgico strettamente legato sia alla pianeta che alla tonacella è il manipolo, simile alla stola ma di lunghezza minore, indossato dal celebrante, dal diacono o dal suddiacono sull’avambraccio sinistro. Deriva da un fazzoletto, la mappula, portato dai romani annodato al braccio sinistro e utilizzato per detergere il viso da lacrime e sudore, ragion per cui gli scrittori ecclesiastici medievali hanno dato al manipolo il simbolismo delle fatiche del sacerdozio.

La raccolta è arricchita da piviali realizzati in gros di seta con ricami in oro posato. Questo tipo di paramento (detto anche pluviale, cappa, mantus), risale al Medioevo e deriva dalla cappa chiericale o monastica dei secc. VIII e IX, che si portava in coro e nelle processioni. Dal secolo XI in poi, il cappuccio perse la funzione di copricapo e dalla seconda metà del secolo XII venne sostituito da un pezzo di stoffa piccolo e triangolare che ne riprendeva la forma.
Nell'uso quotidiano il piviale era di panno e nelle feste di seta. Diviene veste liturgica alla fine del secolo XI, indossato dal vescovo che presiede e dai presbiteri che assistono o presiedono all'officiatura solenne delle ore canoniche, durante le processioni e i riti di benedizione.

Il saio rosso che è indossato dai confratelli dell’Arciconfraternita dei Pellegrini nelle funzioni liturgiche. Fino al sec. XVIII oltre al saio corredato dal cappuccio venivano usati anche guanti e scarpe rosse nell’esercizio delle opere di carità per rendere completamente anonimi i confratelli. Oggi si è ritenuto opportuno eliminare tali accessori.
Il saio è confezionato in cotone rosso, completato da un cordone dello stesso colore e dal cappuccio a punta con due soli fori per gli occhi poggiato sulle spalle. La scelta del colore sta a simboleggiare l’ardore della carità esercitata dai confratelli.

Tra gli altri elementi di corredo per le sacre funzioni l’ombrellino processionale, riccamente decorato con ricami in oro posato su gros di seta e passamaneria metallica.

Completano la raccolta i copripisside, anch’essi ricamati in oro su seta che un tempo servivano a coprire la pisside in occasione del trasporto del Sacramento per il viatico ai moribondi.

 

Liberamente tratto da: Augusto Cocozza, Paramenti Sacri in Mostra, Napoli 2013

 

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