“Racchiusa nel dedalo di antichi tracciati viari, in una corte defilata, quasi nascosta allo sguardo della folla brulicante che quotidianamente anima i mercati della Pignasecca, si erge su un altissimo basamento di scuro piperno la chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini. Nell’austera architettura di questo Tempio – eretto a “Dio Uno e Trino” – e dell’annesso Ospedale dei Pellegrini è sedimentata una plurisecolare memoria di simboli, densa e labirintica come in pochi altri luoghi della città”.

Benedetto Gravagnuolo
in Un percorso tra storia e arte,
Rolando Editore, Napoli 2006, p.43

 

Nella seconda metà del Cinquecento, dopo la realizzazione di via Toledo, ebbe inizio l’urbanizzazione dell’area prospiciente le antiche mura della città alle pendici della collina del Vomero. Dell’antica porta resta traccia nella toponomastica cittadina ma non solo. L’attuale Via Portamedina che parte da Piazza Montesanto – ove la porta sorgeva – e taglia trasversalmente il nucleo del rione della “Pignasecca” fino a congiungersi al decumano inferiore, è attraversata ogni giorno da migliaia di persone che raggiungono il centro cittadino attraverso le stazioni di Montesanto delle ferrovie Cumana e Circumflegrea, della linea 2 della metropolitana e della Funicolare, concentrate in poche decine di metri.

La porta si trova sul prolungamento del decumano inferiore della Napoli greca, a ridosso delle mura erette da Federico d’Aragona, nella zona occidentale della città; è il rivestimento architettonico di un buco nelle mura vicereali, creato per una precisa esigenza di collegamento con l’entroterra. Commissionata a Cosimo Fanzago dal viceré don Ramiro Guzman, duca di Medina, da cui la porta prende nome. Via Portamedina nasce come strada principale del borgo dello Spirito Santo, costituito al di là della Porta Reale antica, lungo una delle vie di penetrazione alla città. Oltre alle tracce visibili, la ricostruzione dello stato iniziale della strada è possibile mediante una pianta eseguita nel 1566 da Lafrery. Nella rappresentazione grafica sono chiaramente leggibili i confini che delimitano il luogo dall’ex proprietà di S. Chiara e dai quartieri Spagnoli, e un’altra successiva del duca di Noja.

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Lungo la via un mercato straordinariamente vivace di prodotti freschi e di piccoli esercizi commerciali dove si può trovare di tutto e a buon prezzo fa della “Pignasecca” uno dei luoghi più popolari della città. Tanta animazione e le disordinate costruzioni, superfetazioni, ampliamenti proliferate nei decenni recenti, avvolgono, talvolta fino a nasconderle, le numerose e notevoli testimonianze del passato. Nella chiesa di Santa Maria di Montesanto la tomba di Alessandro Scarlatti (1725) racconta lo stretto rapporto dei Maestri di Cappella della corte napoletana con questa chiesa – un tempo monastero carmelitano - iniziata dall’architetto Pietro De Marino e portata a termine (1680) da Dionisio Lazzari. Sul portale della facciata la raffigurazione in stucco della Madonna del Monte Santo Carmelo, opera di Angelo Viva (sec.XIX). L’interno, a croce latina, ha otto cappelle laterali con due tele di Paolo De Matteis:del 1693 che raffigurano San Michele Arcangelo e il Miracolo di Sant’Antonio e una Santa Cecilia di Giuseppe Simonelli, imponente l’altare maggiore.

Iniziando a percorrere via Portamedina si incontra sulla sinistra l’ingresso al cortile dell’Ospedale dei Pellegrini dove sorge la chiesa della SS. Trinità e si accede al Complesso Museale. E’ qui che Don Fabrizio Pignatelli inizia a dar corpo ad un primo luogo di accoglienza per i pellegrini, edificando nella seconda metà del Cinquecento la chiesa di Santa Maria Mater Domini. Morto nel 1577 Don Fabrizio destina una cospicua parte della sua eredità a chi avesse portato a compimento la sua opera. Un anno dopo sei artigiani, tra i quali si ricorda il sarto Bernardo Giovino, chiedono ed ottengono l’aggregazione alla romana Arciconfraternita della SS. Trinità dei Pellegrini, dando inizio in una piccola stanza del convento di Sant’Arcangelo a Bajano – al capo opposto della città – ad una prima “Casa Ospitale”, il 14 agosto 1578. La nuova fondazione cresce in fretta, tanto da doversi dapprima trasferire – in affitto – nei più ampi locali di San Pietro ad Aram finché, nel 1583 gli esecutori testamentari del Pignatelli non la identificano come degna di ricevere l’eredità morale e patrimoniale di Don Fabrizio. Dall’ideale incontro tra uno dei più rappresentativi esponenti dell’aristocrazia italiana e un piccolo gruppo di artigiani l’Arciconfraternita della SS. Trinità dei Pellegrini assumerà un ruolo di primo piano nella storia religiosa e sociale della città di Napoli. 

 

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